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Narcisisti perversi - Manipolatori - Vampiri psico-affettivi

La Spirale della violenza

La differenza principale tra relazioni violente e relazioni litigiose risiede nel rapporto di potere che si instaura tra le persone implicate.
La relazione violenta è caratterizzata da un rapporto asimmetrico tra i partner e da un potere di definizione unilaterale di una delle parti.
In questi casi si tratta di una relazione nella quale la violenza consente di mantenere il dominio e il controllo sull’altra persona.
La violenza non si manifesta sempre apertamente.
Anche nei rapporti violenti ci sono momenti belli ed essi complicano ulteriormente l'uscita dalla spirale della violenza perché fanno sperare nella possibilità di costruire un rapporto armonioso.
Nel lavoro svolto con le donne maltrattate è possibile riconoscere un ciclo della violenza, che nel 1983 Walker ha definito spirale della violenza.
Questo ciclo si articola in quattro fasi:

 


Fase di crescita della tensione
Questa fase è caratterizzata dalla volontà di sminuire, mortificare, insultare la vittima.
Gli episodi sono scatenati da banalità, da litigi in cui l’uomo vuole garantirsi il controllo della situazione: “Questa pasta fa schifo”, “Dai a me il tuo stipendio, altrimenti tu butti via i soldi”, “Guardati allo specchio, hai un fisico riluttante”, “non capisci niente”, “ ringrazia che ti ho sposata perché altrimenti nessuno ti avrebbe voluta e saresti rimasta zitella”, “senza di me batteresti la strada”, “Non sei capace di fare nulla”, “Sei pazza”.
Il violento è insoddisfatto ma relativamente controllato.
La vittima cerca di evitare le violenze, concentrando tutta la sua attenzione sulla persona violenta, reprimendo i propri bisogni e soffocando le proprie paure.
In tal modo cerca di evitare situazioni conflittuali e abusi.
Cerca di compiacerlo e di calmarlo, convinta che se si comporta nel modo gius to può calmarlo, convinta che se si comporta nel modo gius to può controllarne l’ostilità controllarne l’ostilità.
Ma prima o poi si verifica comunque un’escalation della violenza perché, dopotutto, la vittima non riesce a controllare l’agire violento della controparte.

Esplosione della violenza
Generalmente la violenza fisica è graduale: i primi episodi sono caratterizzati da spintoni, braccia torte per poi arrivare a schiaffi, pugni e braccia torte per poi arrivare a schiaffi, pugni e calci o uso di oggetti contundenti o armi.
Frasi tipiche: “ti devo picchiare perché tu capisca qualcosa”, “guarda quanto mi hai provocato”, “guarda cosa mi hai costretto a fare”, “se non fai come dico io, ti ammazzo!”, “se vai alla polizia io ti ammazzo e con te chiunque ti aiuti”, “vai alla polizia, chi vuoi che ti creda…?”.
Nella fase dell’esplosione della violenza le vittime reagiscono in modo diverso: fuggono o si ritraggono, contrattaccano o sopportano gli abusi.
Questi momenti sono spesso associati alla paura della vittima di morire.
La violenza subita, la perdita di qualsiasi controllo, nonché l’impressione di essere assolutamente inermi – oltre alle lesioni fisiche – producono gravi conseguenze psichiche.
Molte vittime finiscono in uno stato di choc che può protrarsi per vari giorni.
Se in un simile momento di choc viene allertata la polizia, la vittima può anche apparire aggressiva, apatica o contraddittoria nelle sue testimonianze.
Le vittime di violenze domestiche pesanti sviluppano spesso disturbi legati alla cosiddetta sindrome posttraumatica, i quali si manifestano sul piano fisico, psichico e psicosomatico.
Tipici sono i disturbi del sonno, i dolori cronici, l’ansia, la perdita della fiducia in sé e negli altri.

Fase di pentimento e attenzioni amorevoli – fase di latenza o di “luna di miele”.
Passata la fase acuta del maltrattamento la persona violenta mostra spesso segni di pentimento. Vorrebbe poter tornare indietro e promette di cambiare il proprio comportamento.
Si vergogna e si sente impotente.
Vi sono individui che a questo punto cercano aiuto presso un consultorio per persone violente.
Altri fanno appello all’amore e al senso di responsabilità della vittima e promettono di cambiare (falsa riappacificazione).
Artificiosamente si addolcisce e modifica radicalmente il suo comportamento: “perdonami ero impazzito”, “sei la cosa più importante per me”, “se mi lasci, io mi ammazzo”, “devi capire…, ero esaurito”, “perdonami, avevo paura che tu mi lasciassi, ero geloso”, “facciamo un figlio, vedrai che marito e che padre esemplare sarò…”, “ti prometto che cambierò, fai conto che da adesso in poi non sarò più quello di prima”, “vedrai, da oggi in poi avremo una vita felice”.
Nella speranza che il/la partner cambi davvero, in questa fase molte vittime ritirano la richiesta di separazione o revocano la testimonianza resa p. es. nell’ambito di un procedimento penale.
Alcune interrompono le consulenze avviate e diverse donne lasciano la casa delle donne per ritornare al proprio domicilio.
In questa fase tendono a rimuovere il ricordo dei maltrattamenti, a difendere l'autore/l’autrice delle violenze di fronte a terze persone e a sminuire le violenze subite.
 Molte persone che esercitano violenza riescono a illustrare le loro promesse in modo assolutamente credibi-le persino a terzi.
A volte anche i familiari e gli amici fanno pressione sulla vittima affinché perdoni il/la par-tner e gli/le conceda un'altra chance.

Scarico della responsabilità
Al pentimento fa spesso seguito la ricerca della causa dell’esplosione di violenza.
Molti autori hanno l’impressione che l’azione violenta sia dovuta a una forza maggiore che li ha travolti senza che potessero controllarla.
Perciò cercano le cause non dentro di sé, bensì nelle circostanze esterne (p. es. consumo di alcol, difficoltà sul lavoro) oppure presso il/la partner,alla donna che l’ha provocato.
La responsabilità viene scaricata e la colpa attribuita ad altri.
Molte persone maltrattate si assumono questa colpa e perdonano il compagno o la compagna penti-to/a.
Per evitare l’impressione di essere completamente inermi si accollano spesso addirittura la responsabi-lità del suo agire violento: "L’ho provocato/a io", "Forse se non mi comportavo così" oppure "se non dicevo così", “se solo fossi meno gelosa tutto questo non succederebbe”, “se ha urlato e mi ha offeso così è perchè io l’ho fatto innervosire, ho tirato la corda”.
Attraverso il proprio comportamento si illudono di poter evitare la prossima escalation di violenza.
Di conseguenza la persona maltrattante non si sente più respon-sabile delle proprie azioni.
 Se nessuna delle parti coinvolte cerca aiuto, si reinnesca lentamente la fase di crescita della tensione. Un fatto qualsiasi conduce allora a un’ulteriore escalation e la spirale della violenza torna a girare.
Le esperien-ze fatte dalle case delle donne e dai consultori per le vittime di reati dimostrano che, con il passare del tem-po, i maltrattamenti tendono a diventare più frequenti e più gravi.












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